Le storie del vecchio Numero Uno: COME NACQUE LO SHUMPUKAN MILANO (di F. Sarra)

Nel 1975, per ragioni che non ho mai saputo, il M° Shirai – potentissimo Maestro del karate milanese e nazionale (era ed è ancora “il” Maestro) – si convinse che la pratica del Kendo avrebbe potuto giovare ai suoi migliori allievi. Nel settembre di quell’anno pertanto aprì al CSKS di via Maffei a Milano, il suo Dojo, un corso di kendo al quale, di fatto, obbligò a partecipare tutti i suoi migliori allievi, milanesi e non.

A tenere il corso venne chiamato il M° Koji Nakajima, allora 5° dan, insegnante da circa un anno dell’Associazione Italiana Kendo, coadiuvato da Tomonori Toyofuku, allora 3° dan, noto scultore che, trasferitosi in Italia, aveva “riscoperto” il kendo che aveva praticato da giovane. Questo avvenimento fu una delle cause dei dissidi nel kendo italiano per i successivi 15 anni. Ma questa è un’altra storia…

Per tornare allo Shumpukan, nel settembre del ’75, un mercoledì, iniziò quindi il primo corso di kendo al CSKS. Presenti alla prima lezione oltre al M° Shirai, primo della fila, il gotha del karate milanese e nazionale, rappresentato da nomi altisonanti quali Capuana, Montanari, Fugazza, Tammaccaro, Perlati, De Michelis, Beghetto, Pedrazzini, la Ferluga, la Turci e diversi altri ancora.

A chiuder la lunga fila, l’unico che nulla aveva a che spartire con quei campioni: Franco Sarra, il solo che volontariamente aveva rispostoall’annuncio del M° Shirai. Nel giro di poche settimane, la schiera dei karateka/kendoka, nonostante il parere contrario del M° Shirai, che però aveva disertato il corso dopo la prima lezione, si assottigliò con impensabile rapidità. Prima di Natale, il gruppo si era ridotto ai soli Fugazza, Pedrazzini, Ferluga e Sarra. Fortunatamente in quel periodo frequentavano il corso, oltre agli iscritti al CSKS, anche diversi altri Kendoka milanesi dell’AIK, tra i quali Tchang, Venturino, Cugnach, Calestani, Brambilla, Ghezzi, Del Miglio.

Nell’aprile del 1976 il M° Nakajima rientrò definitivamente in Giappone; il mese successivo il M° Toyofuku tornò pure lui in patria, come d’altronde faceva ogni anno, rimanendovi per circa 3 mesi. I ragazzi dell’AIK sparirono e nel mese di giugno ci ritrovammo a praticare in due: io e Carletto Fugazza. Per due mesi, due volte alla settimana, ci trovammo in palestra cercando di ricordare – con quasi nulla esperienza e altrettanta nulla tecnica – gli esercizi che ci erano stati insegnati, nei precedenti otto mesi… Fu un’esperienza durissima! Comunque l’estate passò e con essa i nostri dubbi, fugati a settembre dal rientro del M° Toyofuku e dall’inizio del nuovo anno di pratica. Tornarono Pedrazzini e la Ferluga, arrivarono alcuni nuovi iscritti (ricordo Jacopo Nardi, Carlo Elli e Marco Avoncelli. Se ce n’erano altri, li ho rimossi). Fu un anno caratterizzato da gigeiko selvaggi: avendo decisamente poca tecnica, privilegiavamo un po’ tutti l’uso della forza fisica e del kiai: grandi urla, men e kote al limite del codice penale e spallate a non finire. Il M° Toyofuku cercava di insegnarci qualcosa, ma quel poco che riusciva a inculcare durante il kihon lo si dimenticava immediatamente al primo ruzzone dell’avversario.

Finalmente, dopo alcuni mesi, la FESIKA, l’allora potentissima federazione di karate del M° Shirai, decise di aprire un suo Settore Kendo e di chiamare un insegnante dal Giappone. Nell’estate del 1977, grazie ai buoni uffici del M° Toyofuku con la Federazione Giapponese, giunse in Italia, in forma privata, un giovane insegnante di 26 anni, 4° dan di kendo e di iaido, Kentaro Miyazaki. Il nuovo Maestro iniziò a girare un po’ per tutta l’Italia: Bologna, Vicenza, Venezia, Firenze, Cagliari, ma la sua base era a Milano e quindi il CSKS divenne il Dojo di riferimento.

Fu proprio il M° Miyazaki a scegliere per il gruppo di kendo del CSKS il nome di “Shumpukan”, mutuandolo dalla notissima scuola del M° Yamaoka Tesshu; scuola famosa oggi, ma allora conosciuta in modo assai vago da pochi e per nulla dai molti, tra cui il sottoscritto, tanto che fu lo stesso Miyazaki a raccontarmene la storia. Non ritengo che il nome sia stato scelto allora per la qualità del nostro kendo; l’unica cosa che poteva in qualche modo accomunarci al “rabbioso Tetsu” (come veniva chiamato il Maestro) era l’assoluta, sincera e determinata foga e belluinità che mettevamo in mostra. Forse si trattava di un auspicio per il nostro futuro…


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